15 Giugno 2026
giurnaleste

di Marilena Papetti

Storie di un lavoro lungo una vita

Era stretta e alta la nostra casa bianca in piazza Garibaldi n° 3, “nu piane sopra n’atre” e ogni piano, di una sola stanza, collegato al successivo da scalini ripidissimi. Il quarto piano conquistato col fiatone, svelava il locale più luminoso e arioso, affacciato su una piazza battuta dal sole da mattina a sera.

Avevo le vertigini quando mi affacciavo dalla finestra di quell’ultima stanza: sotto, il vuoto assoluto, interrotto a tratti dalle Apette Piaggio delle vennerécule e dalle rare auto che facevano rifornimento alla TOTAL.

Luogo ideale per godersi gli spari per la festa della Madonna della Marina che ricadevano bianchi e luminosissimi dietro i coppi delle piccole casette ad est verso la ferrovia, ma anche posto giusto per andare a guardare di notte il cielo stellato, ancora non inquinato dalle luci artificiali.

Se da quel balcone mi affacciavo e guardavo in basso invece, lo sguardo coglieva a destra il degradare dei vecchi coppi della casa di Mmazzapècure (Pompei) tra cui crescevano a ciuffi, verdi piante spontanee dai fiorellini gialli. Qui soggiornavano indisturbati i piccioni mentre sotto le gronde, un paio di nidi di rondini accoglievano annualmente vispi rondinotti, che alle prese con i primi incerti voli, finivano rotolando dentro la cappa del camino e si presentavano nel bel mezzo della cucina facendoci sobbalzare dalle sedie.

Consideravo mia, quella casa stretta e alta, dove ho abitato fino all’adolescenza mentre il comodo e moderno appartamento dei miei in zona Ascolani, dove in seguito mi trasferii, non mi rendeva lo stesso senso di appartenenza della vecchia casa in piazza.

Qui sono nate e cresciute mamma Peppina e le sue sorelle, “le Giurnaléste” che hanno ereditato questo soprannome dal mio bisnonno Giulio Angelini che “facì lu zaùtte e lu pisciarule” ma arrotondava la giornata vendendo pure giornali alla Stazione Ferroviaria. ln questo lavoretto extra, si faceva aiutare da sua figlia Carmelitana che da bambina sveglia e intraprendente qual era, mise a frutto le richieste dei viaggiatori e mentre vendeva giornali, proponeva frittelle e si occupava di consegnare i voluminosi bagagli delle Signore, che arrivavano come turiste nel nostro ridente paese, portandoli a destinazione “nghe lu carrettócce”.

Carmelitana, “nghe òne, facì cende mestìre e se nen pijì da na parte, pijì da n’atre”! Il soprannome paterno divenne così ancor più aderente alla sua figura perché, come un bravo reporter, scovava nuove idee per emergere e farsi strada. Metodo che mise in campo anche quando divenne pescivendola, non restando mai ferma dietro un banco in attesa di probabili clienti, ma raggiungendoli dovunque, con l’inseparabile carretto, pur di non riportare a casa il pesce avanzato.

Il suo mestiere in seguito venne supportato dall’aiuto delle figlie, che una ad una, ancora giovinette, vennero avviate al lavoro ogni mattina mentre nel pomeriggio andavano chi a scuola di ricamo, nel laboratorio di Suor Maddalèna e chi nella bottega di Giacumì 33 a fare le sartòre .

Strette e alte come la casa che abitavano, con folti capelli scuri e occhi vivaci le giovani “Giurnaléste”, nate a 2 anni di differenza l’una dall’altra, sono state cresciute da un padre delicato di salute e tenero di cuore, “Nunne Memé”.

Tornato malato dalla guerra in Albania, nonno per curarsi, lasciò il mestiere di pescatore e seguì l’attività della moglie occupandosi anche delle bambine. A notte fonda andava al mercato Ittico ad acquistare a buon prezzo il pesce che la moglie avrebbe venduto: lo sventrava, lo stivava, lo bagnava con acqua salata e ricopriva con ghiaccio. Comprava le alici da fare sotto sale e i “Tabaccó”, ossia totani che andavano arrotati e inteneriti prima di essere tagliati a pezzi e venduti per la frittura. Era un bravuomo taciturno e umiliato dalla guerra che lo aveva reso invalido, ma pazientemente si era riciclato lavorando in pescheria per dare una mano alla moglie. Poi, una volta a casa, si dedicava alle necessità di cinque bambine che lo aspettavano e contraccambiavano la sua costante presenza, con un affetto mai scemato. Racconta una delle figlie: “Quande vòte babbe c’à rlavate dèndre la sècchie, óne a óne! Ppù ce pettenì e ce facì la scréme. Ugne ddu’ settemane pelavame assime le scale da só ‘ncéme a tótte féne a jò sótte ‘nginicchió e pe cagnà l’acque de lu sécchie javame pe nen só pe nen jò .” La tenerezza paterna si contrapponeva alla vivace passione per il lavoro di mia nonna, instancabilmente alle prese con il dare e l’avere dell’attività gestita per un numero infinito di anni, coinvolgendo le figlie in un lavoro tribolato sì, ma pure ricco di soddisfazioni umane ed economiche. C’era il lavoro, quanto lavoro su quelle braccia! E quanta strada da percorrere tutti i giorni per arrivare ai numerosi clienti: cestini di pesce da preparare e consegnare, sogliole fresche pulite una ad una per i bambini, quintali di calamari da arrotare per le fiere paesane ed i tanti brodetti da preparare per i giorni di vigilia. Conosciute in tutta la vallata del Tronto le Giurnaléste, che in campagna chiamavano anche “le Carmeletane”, raggiungevano i casolari nella piena campagna assolata o bagnata da piogge invernali pur di vendere l’ultima cassetta di pesce e riportare a casa un risultato. Il mare in tal modo, arrivava alla campagna che, a quei tempi ancora diffidente, non sapeva come elaborare un piatto di pesce; ma le “Giurnaléste” invogliavano all’acquisto aiutando le clienti a pulire e spinare il pesce e dando i giusti consigli di cottura.

A casa delle “Giurnaléste nn’à maje mangate ‘na biccètte d’oje bbune o nu pizze de casce pecurì”, perché si ragionava con l’idea che un buon baratto era decisamente meglio di niente.

Come la madre, erano capaci a tessere relazioni umane con le clienti che, strada dopo strada, si sentivano chiamare per nome ad alta voce già di buon mattino, per ricordare che era arrivato il pesce fresco di San Benedetto: “Pescee…Pesceee… Che facète mandemà stète ncòre dèndre lu litte? Mò ‘me lu fenésceee! Sò pertate le sfijiètte pej freché e le cucciòle pe’ fa’ lu préme!” Nel proseguire della giornata si rincarava la dose: “Che ji dète a magna’ a i maréte vustre la murtadèlle?

Semplici ed efficaci esclamazioni che le rendevano teatrali ma insuperabilmente affabili, rendendo solidi e calorosi i rapporti con i clienti, anche dopo tanti anni di attività, perché la fiducia ed il rispetto guadagnatosi si trasmetteva di padre in figlio alle nuove generazioni.

Personalmente ero gelosa di un clan tutto al femminile che troppe energie dedicava al lavoro, togliendole al tessuto familiare che doveva imparare a cavarsela ed autogestirsi, ma riconosco che al loro ritorno la casa si riempiva di racconti, di aneddoti ma pure di uova, di lardo e di bottiglie di pomodori. Combattive, determinate, sempre con la schiena dritta ma flessibile per superare ostacoli di ogni tipo, come i moschettieri di Dumas ancora si sostengono e incoraggiano a vicenda per tirarsi su dopo un momento difficile. Hanno costruito e mantenuto con tutti un rapporto schietto e sincero, consapevoli di trasmettere con il lavoro non solo le loro abilità, ma anche le peculiarità originarie del mondo sambenedettese e questo le ha rese fiere protagoniste del nostro tessuto locale.

Peppina, Dina, Elsa ed Anna Maria chiudono una lunghissima stagione lavorativa durata 75 anni e meritano un ringraziamento per il lavoro esemplare di donne di altri tempi, mai scalfite dalle chimere della modernità, eppure capaci di affrontare ogni nuovo giorno con curiosità e realismo.