ANTICHE STORIE SAMBENEDETTESI
Da qualche tempo le due anziane signore percorrevano lentamente la strada che porta al Molo Nord del nostro paese; serenamente conversavano delle loro attuali problematiche di vita e apparivano tranquille e soddisfatte. Si fermavano sotto il muro che a nord segna il confine del porto, in cui sono affisse le lapidi con l’elenco dei tanti marinai sambenedettesi morti in mare a causa di burrasche o per lo scoppio di ordigni risalenti all’ultima guerra mondiale. Finalmente anch’esse ora potevano sostare e ammirare con orgoglio le ultime due, quelle che riportavano l’elenco degli equipaggi delle loro barche naufragate con il loro carico umano negli anni quaranta e il luogo in cui le disgrazie erano avvenute. Sono lapidi nuove, semplici, pulite. Le altre, numerose, sono state appese nei decenni passati: le due signore avevano atteso negli anni che qualche ente della città si interessasse alle procedure necessarie per avere i permessi dalle Capitanerie di Porto di Ancona o di San Benedetto; pensavano di non essere capaci di seguire un iter che appariva complesso, ma quando si resero conto che il tempo correva e loro invecchiavano senza aver risolto quel problema che le tormentava, cominciarono a darsi da fare. Si accorsero che il personale delle due Capitanerie era gentile, paziente e capace di dare giusti e chiari consigli… Certamente ci sono voluti parecchi mesi di attesa perché bisognava agire seguendo con precisione le regole vigenti: la gestione del muro delle lapidi appartiene alla Capitaneria di Porto di Ancona, che bisognava contattare per chiarire ogni dettaglio, ma poi con qualche telefonata si risolveva ogni incertezza

Del naufragio del motopeschereccio San Vincenzo, avvenuto nel 1944, abbiamo già scritto nel precedente numero de Lu Campanò; ora parleremo del motopeschereccio “Truentum” e del suo equipaggio che subì la stessa sorte qualche anno dopo, il 13 giugno del 1947.
La barca apparteneva agli armatori sambenedettesi Domenico Spina e Vincenzo Romani, aveva 10 uomini di equipaggio ed era impegnata nella pesca delle alici nel mare di Marina di Ravenna, verso la Gnocca del Po, vicino a Venezia.
Nei loro insondabili abissi, si sa che i mari custodiscono oggetti di ogni genere e di ogni epoca, di antiche civiltà scomparse e di attività di vita contemporanea. Nei momenti di temibili uragani , i marinai gettavano in mare tutto ciò che poteva alleggerire lo scafo per dargli la possibilità di resistere alla violenza delle onde e di conseguenza salvare vite umane, per cui tra la ricca flora verdeggiante dei fondali , tra rocce muschiose e barriere coralline riposano reperti di ogni tempo, residui di barche naufragate, vasellame di ogni genere, anfore, statue, reti, cavi di acciaio …e purtroppo, nel nostro Adriatico , anche bombe inesplose, gettate in mare dai belligeranti in tempo di guerra. Oggi ogni barca ha il suo radar con cui si sondano gli abissi e si evitano tragedie; a quei tempi ci si affidava alla buona sorte per evitare situazioni disastrose che causavano morte e miseria.
Quel mattino del 13 giugno 1947, verso le otto, una mina si incastrò nella rete da pesca del motopeschereccio sambenedettese Truentum e deflagrò. La barca saltò in aria e sette marinai – Mosca Umberto, Collini Giuseppe, Pignati Pietro, Castorano Angelo, Romani Francesco, Spina Domenico e Romani Giuseppe furono dilaniati. Eccezionalmente si salvarono tre uomini: durante lo scoppio, il marinaio Fiore Spina era sotto coperta e tentava di aprire il boccaporto per uscire all’aperto: disperatamente provava con tutte le sue forze, inutilmente si aggrappava a quello sportello che, aperto, gli avrebbe permesso di assistere alle conseguenze dell’accaduto, di partecipare alla sorte dei compagni e di poter prestare aiuto… In quei momenti di desolazione il suo pensiero si rivolse alla santa dell’impossibile, a santa Rita da Cascia, supplicandola di venire in suo soccorso. Il boccaporto si aprì, lui uscì, si guardò intorno dall’alto del relitto che lentamente stava affondando e notò due suoi compagni che urlavano aggrappati a pezzi di legno. Li aiutò ad issarsi con lui su qualche tavola più sicura nell’attesa di soccorsi che sarebbero certamente arrivati… Così si salvarono anche Vincenzo Romani e Luigi Spina.
A raccontare questa storia è la signora Rosanna Spina, nipote di Vincenzo Romani: da anni esternava il desiderio di ricordare i suoi cari con una lapide da appendere accanto alle tante che da decenni rammentano le tragedie della marina sambenedettese: una marina gloriosa che tra immani sofferenze ha dato alla nostra città la possibilità di migliorare le condizioni di vita della sua popolazione, di dare ad ogni famiglia la possibilità di avere una propria casa con le comodità e i servizi essenziali, ai giovani di accedere agli studi ,agli anziani di curarsi e vivere in un ambiente piacevole e ricco di risorse naturali. Inoltre il benessere acquisito ha procurato i mezzi necessari a rendere la nostra città sempre più bella…e più amabile. (NAZZARENA PROSPERI)
