Oggi venerdì Santo; sacrificio di Cristo, sia di buon auspicio per l’umanità che ha perso il senso della vita.
La “Sacra Croce” di Domenico Difilippo Schegge di trascendenza nell’opera difilippiana.
di Andrea Viozzi
C’è un momento preciso, nello studio di un artista, in cui il silenzio viene interrotto dal fruscio di un telo rimosso. Riscoprire un proprio dipinto è come incontrare un vecchio amico con cui si era perso il contatto. Ma l’occhio di oggi non è quello di allora. Dove un tempo c’era incertezza, ora c’è il desiderio di osare e di modificare. Domenico Difilippo ha deciso di ricomporre un’opera che era stata esposta nelle sette installazioni realizzate nella stupenda cornice settecentesca di Palazzo Pepoli a Trecenta-Rovigo nel 2007 intitolata: “L’oro dei Pepoli” a cura del critico d’arte Nicola Micieli e dello scrittore Cesare Stella, al quale si deve anche un’esaustiva biografia intitolata: Domenico Difilippo: I colori del tempo e dell’anima, pubblicata nel 2016. All’epoca in quello spazio suggestivo nei sotterranei del Palazzo, il dipinto era collocato a terra come nell’atto della crocefissione del Cristo. In quella occasione la croce non fu mai issata poiché era formata da quindici pezzi slegati tra loro di 30×30 cm. ciascuno. Terminata l’esposizione furono scomposti, scatolati e dimenticati nel deposto dell’autore, assieme ad altre opere in archivio. Ora ritrovate in un’improvvida ricerca del passato, sono riemerse all’occhio di Difilippo che non cancella il passato, ma vi costruisce sopra. I quattordici pezzi, che ora sono stati saldati insieme, si presentano come una potente epifania di materia e spirito, un’indagine visiva che scava nel profondo del simbolo cristiano della crocifissione per restituirne una dimensione cosmica e universale ai modelli sagomati delle croci gotiche e tardogotiche dipinte, ad esempio, da Giovanni da Modena e da altri Maestri basso medievali, dove il rigore geometrico incontra la vibrazione della materia per esplorare una configurazione polimaterica e modulare. L’opera appare spogliata della sua iconografia figurativa tradizionale per approdare a una sintesi astratto-materica di straordinaria potenza spirituale. In questo lavoro, in cui il dialogo tra la struttura e la luce diventa una riflessione profonda sul sacro contemporaneo, l’autore distilla la forma del sacro attraverso un rigoroso equilibrio di volumi e contrasti cromatici sulla scia della seconda fase dell’Astrattismo Magico, da lui intrapresa nei primi anni Duemila e contraddistinta da una ricerca che parte dalla materia e dal colore per esplorare la spiritualità e il suo immaginario estro creativo. La composizione dell’opera si articola su una superficie profondamente testurizzata, un nero pece che non è assenza di luce, ma materia primordiale, fertile e densa. Su questo fondo scuro, che richiama il silenzio dell’universo o l’oscurità del caos pre-creazione, si stagliano le sue mandorle oblunghe di luce stratificata in oro e rame. Se il primo elemento rimanda alla perfezione divina, all’eterno e all’incorruttibile, il secondo richiama un sacro più vicino alla terra, al sacrificio e alla trasformazione alchemica dell’uomo. Le forme ovoidali e allungate, che ricordano la vesica piscis della tradizione medievale, sono disposte secondo una scansione geometrica che suggerisce l’espansione e la stabilità. Esse non sono solo decorazioni, ma fiamme di coscienza che pulsano ritmicamente sulla croce. La superficie rugosa, quasi vulcanica, invita a una fruizione tattile. È una pittura che si fa scultura, dove i materiali sembrano solidificare il tempo e l’uso della foglia metallica (oro e rame) funge da elemento mediatore tra il piano terreno e quello divino. In Difilippo, la croce perde la sua connotazione puramente iconografica di sofferenza per farsi struttura dell’essere. La silhouette dell’opera, frammentata e modulare, richiama un’architettura bizantina reinterpretata attraverso la lente del contemporaneo. Non è una croce piatta, ma un corpo che occupa lo spazio, una “Sacra Croce” che agisce come un catalizzatore di energia cosmica. L’alternanza dei riflessi caldi del rame e della fredda preziosità dell’oro crea una vibrazione ottica che dinamizza la staticità della forma. L’arte di Difilippo non descrive il sacro, lo evoca attraverso il battito della materia e il silenzio dell’oro. Questa tensione tra il nero assoluto e il metallo lucente rappresenta il dramma dell’esistenza umana tesa verso l’infinito. Le sue geometrie sacre “feriscono” l’oscurità, emergendo con una tridimensionalità che cattura la luce reale dell’ambiente, trasformandola in luce spirituale. La “Sacra Croce” non si limita a rappresentare il sacro, ma tenta di incarnarlo, diventando un monumento alla resilienza dello spirito: una geometria che nasce dalla terra più scura per fiorire in schegge di luce imperitura. Un lavoro che conferma Difilippo come un sapiente architetto dell’anima, capace di trasformare il supporto pittorico in una soglia verso l’invisibile. Una maturità nuova emerge in questi contrasti così netti: la consapevolezza che il sacro non cancella l’ombra, ma la abita e la organizza. Sembra che l’opera non voglia solo essere guardata, ma “ascoltata” nella sua silenziosa testimonianza di una luce che, nonostante tutto, continua ad affiorare dalla materia.
