5 Agosto 2026
partenze

Julian Barnes ha presentato “Partenze” come il suo ultimo romanzo. Pubblicato in concomitanza con l’ottantesimo compleanno è un addio calcolato, calibrato, giustapposto in un gioco di specchi con il tempo davvero molto barnesiano, un modo per togliere arbitrarietà alla morte, per congedarsi con un lavoro compiuto e non farsi sorprendere dalla fine nel mezzo di un romanzo, un’uscita di scena orchestrata con la certezza che sia impossibile partorire un capolavoro dopo gli ottanta.
“Partenze” è una meditazione sul potere dei ricordi e sottolinea la centralità della rimembranza in un’opera culminata sì nel romanzo vincitore del Man Booker Prize del 2011 (“Il senso di una fine”, nel quale il peso specifico dei ricordi è quanto mai evidente) ma giunta ora ad una chiusura filosofica pressoché impeccabile. “Partenze” è il romanzo di chi non vuole e non sa dimenticare, di chi è abituato a riavvolgere il passato per decifrare il presente, di chi considera ciò che è stato il migliore carburante narrativo. Si tratta di una scelta che sottende, dopo una certa età, anche una spiegazione neurologica. Se la memoria a breve termine inizia a perdere colpi, quella a lungo termine non viene scalfita, perciò ci si rifugia nel «mondo perduto di Allora», per dirla con il Paul Auster di “Baumgartner” (altro romanzo terminale), non (solo) per abbandonarsi alla nostalgia ma per approdare ad un tempo sicuro e intatto. Andando in questa direzione, “Partenze” finge benissimo di non essere un romanzo di commiato e con la sua forma ibrida finisce per somigliare anche ad un’erudita riflessione sulla scrittura e sull’amore, piena di digressioni e di materiali letterari diversi, un mosaico che a riassumerlo sembra più intricato di quanto non sia. Pur toccando temi pesanti come macigni, e nonostante una struttura non lineare che contempla interruzioni e salti, “Partenze” è un gioiello di leggerezza e il merito è della prosa brillante di Barnes, magistrale equilibrista tra le pagine narrative e quelle saggistico-filosofiche. Una trama vera e propria non c’è, o meglio può essere riassunta nella storia di Stephen e Jean, che si conoscono e si innamorano ventenni a Oxford, si separano per quarant’anni e si ritrovano ormai anziani a tentare di rimettere insieme i cocci del loro vecchio rapporto.
Una storia che ha un inizio e una fine con un buco di quarant’anni in mezzo somiglia alla vita di un anziano uomo di lettere, che si sclerotizza sulla realtà contingente delle sue terapie, delle sue ossessioni e delle sue più stringenti necessità e che contemporaneamente inizia a ricordare i minimi dettagli di un tempo lontanissimo, lasciando scoperto tutto quello che c’è nel mezzo, l’età adulta insomma, come se il suo svolgimento fosse d’improvviso privo di importanza. Guarda caso, i quattro decenni di produzione letteraria di Barnes coincidono perfettamente con il buco raccontato in “Partenze” e finiscono per scolorire come un’epoca tutto sommato trascurabile nel momento in cui a prevalere sono la vecchiaia e il suo paradossale impeto neuropsicologico nel rintracciare ricordi sopiti da anni o nell’inventarne di nuovi.