Astrattismo Magico: una storia da rileggere
Le opere di Domenico Difilippo sono come un bel libro che hai voglia di rileggere ancora una volta. Spesso capita, infatti, di riprendere la lettura di un racconto a distanza di tempo, cogliendo magari dettagli trascurati inizialmente e apprezzando nuovi aspetti della narrazione. Nel mondo dell’IA e dell’e-book, i suoi codici sembrano riaffiorare da un’era primitiva nella quale un turbinio di materiali poveri, già sperimentati dall’artista all’inizio degli anni Sessanta: dal legno consumato che torna a rivivere alla cartapesta, le forme ataviche della sua comunicazione, resa magiche dalla forza espressiva del colore puro privo dell’effetto chiaroscurale con il quale l’autore pone sempre il proprio sigillo sulle opere, dialogano tra di loro in un sottile equilibrio fra cultura e natura, fra sentimento e materia, fra forma e ideologia, fra pittura e scultura. I suoi manoscritti asemici conducono l’osservatore verso un’interpretazione translinguistica sapienziale ancora sconosciuta all’uomo. Ma come in ogni civiltà antica la scrittura era la parola di un dio, per il suo magico potere creativo, anche i segni iconici di Difilippo evocano riti ancestrali e civiltà perdute nella notte dei tempi. È come se il “paesaggio” in cui albergano le sue “mandorle” sia uno spazio sospeso in un tempo metafisico, astratto ed “estratto” chissà da quale primordiale civiltà, in cui le sue icone vengono consegnate ad una sacralità silenziosa. Guidato nell’estro da qualche divinità, egli colloca sui suoi “testi” le sacre icone da venerare, che sembrano essere cullate dai vibranti effetti cromatici generati dalle terre e dalle soluzioni vegetali e minerali sulla cartapesta. Sospinti da un mare increspato esse ci fanno approdare sulle sponde di un Arcadia difilippiana, evocatrice di antichi lavori realizzati dal maestro all’ombra dei nuraghi e dei menhir sardi, quando insegnava all’Accademia di Sassari, o sospinti lungo la costa Adriatica evocano i lidi estivi in terra d’Abruzzo. Del resto, analizzando il percorso artistico di Difilippo negli ultimi sessant’anni, possiamo raccogliere molti semi piantati lungo il sentiero della sua lunga attività che a distanza di tempo, modificando i suoi strumenti espressivi, tornano a germogliare generando nuovi frutti, più maturi e succosi, ma che affondano le loro radici sempre nello stesso humus: l’Astrattismo Magico, un “figlio” ormai giunto alle soglie del trentacinquesimo anno di vita, da quel 10 maggio del 1991 quando, presso la Queens’ Gallery di Brema, in Germania, Difilippo lo diede alla luce della ribalta artistica attraverso il Manifesto che ne disciplinava le fondamenta sulla scia delle grandi avanguardie di inizio XX secolo. La seconda fase dell’Astrattismo Magico, intrapresa nei primi anni Duemila, è contraddistinta da una ricerca che parte dalla materia e dal colore per esplorare la spiritualità e l’immaginario dell’artista, attingendo anche a suggestioni tratte dal suo inesauribile estro creativo. Le radici, però, affondano sempre nei cinque capisaldi del Manifesto del 1991: 1) Astrazione con vaghi riferimenti figurativi e il grande ricorso a visioni magiche; 2) Derivazione o formazione surreale o fantastica; 3) Qualità della Pittura che riprende la tradizione del primo ’900 italiano; 4) Le opere debbono emanare gioie al fruitore, anche se non del tutto decodificate; 5) fondere in un crogiolo tutta l’Arte del ‘900 italiano secondo una concezione positiva della pittura moderna, che favorisca la nascita di nuove speranze per un futuro estetico migliore e che ha trasformato le sue opere in codici aperti alla libera interpretazione di chi li osserva, innescando analogie che rendono, appunto, magica la loro visione. Le sue mandorle oblunghe decorate a foglia oro, argento o blu lapislazzuli, poste sui codici come se fossero antichi segni comunicativi, lasciano all’osservatore una libera interpretazione: è aurora e orizzonte mistico, icona sacra e antico fuso, ferita cicatrizzata e palpebra dischiusa, amigdala e lancia preistorica e mitologica, foglia e gambo. La sua articolata e ricca produzione, che raccoglie quasi ottanta personali, lo ha spinto, ormai, tra le braccia di queste Icone misteriose, da cui si lascia cullare staccando un pezzettino di sé per donarlo all’osservatore affinché possa continuare il suo cammino meno solo e giungere verso lidi in cui il tempo si ferma e non hai più l’età; …in cui non invecchia il cuore mentre la mente non smette mai di sognare (Andrea Viozzi)
