24 Settembre 2026
Maurizio-Boldrini-scrivo-solo-per-Il-Mascalzone

2025-08-31 – Macerata si distingueva per un campo sportivo con il manto erboso più bello d’Italia, con il vecchio campo sportivo ancora più bello, dal sapore antico, senza erba, polveroso e ideale per scrivere gesta epiche di giovani, furono scritte e restano giovani nella memoria di chi le ha partecipate. I Giardini Diaz erano il regno floreale dei bimbi e, a una certa ora, degli innamorati, gli anziani proteggevano l’ esterno del cerchio magico giocando a bocce. Quando ero bambino il custode dei giardini cambiava regolarmente i giorni segnati con piantine e fiori, una certezza quotidiana di cura, capace anche in un bambino di essere esempio di cura in assoluto. Da giovane ho preparato gran parte dei miei esami universitari studiando seduto vicino ai vecchi che giocavano a bocce, leggevo e guardavo bocciate e accostate. Questa Macerata è stata tarata. Il manto erboso dell’ Helvia Recina (non ho il coraggio d’ entrarci perché rischierei di diventare violento) dicono sia un misto di sabbia, erba vera che quando secca viene verniciata di verde, erba finta in plastica. Il vecchio stadio lo dicono bello, per me è diventato altrettanto orrido sintetico, come calzare petrolio quando si è abituati al filo di Scozia. Ai giardini anche Diaz è caduto nella rete dei lavori che iniziano e che non si sa quando e se avranno termine. Intanto per assicurare la partita di giro delle entrate e delle uscite gran parte del terreno è stato cementificato, già l’ esterno per bocce fu sostituito con stupidissime piste che ordinano: qui si cammina, qua si procede in bicicletta. Sopra il passeggio è in obliquo per ricordarci la precarietà della vita. Questo totale scadimento non è questione di questa o quella amministrazione della cosa comune è semplicemente il risultato di un generale scadimento estetico e politico che passa invece per progredita, educata, preservativa, ordinata convivenza. Non c’è più nemmeno la minima misura nella custodia poetica della e nella relazione. Se vivesse ancora mio nonno come farei a fargli capire, a lui che fece la prima guerra mondiale, che il nostro senso civico è più “alto” perché oggi i cristiani raccolgono con le mani la merda dei loro cani. Mi darebbe uno schiaffo, cosa che non ha mai fatto, e continuerebbe a passeggiare con le mani unite dietro la schiena come sempre faceva, scuotendo appena un po’ il capo per dirmi a gesto: povero povero mondo.

 

Adesso anche: Marche, the place to be, invasiva sudditanza linguistica. Che cultura vuoi promuovere se rinunci alla tua lingua?! Istituzioni, università, ministeri, addirittura biblioteche sono ormai tutti piazzisti della loro mediocrità. Così l’immaginazione abortisce in immagini da popcorn, cultura e Marche si autocertificano in marchette internazionali.

 

L’ESTEROFILIA, Maurizio, è una brutta malattia dalla quale noi italiani non guariremo mai. Io credo, invece, che un po’ di SANO NAZIONALISMO non guasti , anche se ci sono quelli come ROBERTO BENIGNI che non appena pronunci la parola, per l’appunto, NAZIONALISMO, subito si scandalizzano e ti danno immediatamente del razzista. E, purtroppo, noi italiani siamo molto servili non solo verso gli inglesi e gli americani, ma anche verso i francesi, i quali si sa benissimo quanta stima e rispetto hanno per noi, stima e rispetto intesi, naturalmente, in senso ironico. E noi imbecilli che ancora continuiamo a chiamarli I NOSTRI CUGINETTI LATINI!!! Riccardo Catalini

Venezia, sprofondo unico dello spettacolo

 

Tre poeti al trapezio.
Solo la grande arte dell’osservazione, scienza e coscienza, riesce a percepire, registrare e restituire l’essenza dell’oggetto/soggetto in immediatezza sensazionale. Anzi, supera la questione oggetto/soggetto, che termina quasi sempre con l’ ignorantella affermazione che è impossibile rendere oggettivamente il percepito. Invece, chi è allenato e dotato di idonei strumenti per operare nella suddetta direzione, sia egli artefice che spettatore, è, giocoforza, poeta, politicamente immediato. L’esempio di questo ritratto di Dostoevskij è chiarissimo: il ritrattista Peróv non rappresenta Dostoevskij, egli, attraverso la sua maestria che ne fissa l’essenza, firma in contemporanea anche la sua perfetta coincidenza sensoriale con il soggetto/oggetto. In sostanza questo ritratto è la presa al volo di due anime, anzi tre, perché Anna “spettatrice” è l’ ulteriore “artefice/testimone” essenziale di quella corrispondenza oggettiva tipica del livello più alto dell’ arte.
«Tret’jakóv, il proprietario della celebre galleria a Mosca, propose a mio marito di farsi fare un ritratto per la Pinacoteca dal famoso ritrattista Peróv. Prima di iniziare il suo lavoro, Peróv venne ogni giorno a casa nostra, per una settimana intera. Trovava mio marito in diversi stati d’animo, si intratteneva con lui in lunghe conversazioni, proponeva discussioni, e così aveva modo di osservare l’espressione caratteristica di mio marito quando pensava alle sue opere. Si può dire che Peróv sia davvero riuscito a ritrarre Dostoevskij nel «momento della creazione». Tale espressione io l’avevo notata spesso sul viso di Fëdor Michájlovi? entrando nel suo studio: sembrava che guardasse dentro di sé. In quei momenti io uscivo dallo studio senza pronunciare parola. Lui era talmente assorto nei propri pensieri, che non mi aveva né visto né sentito, né poi voleva credere che fossi entrata nella sua stanza.»
Anna Grigor’evna Dostoevskaja

©  Maurizio Boldrini