24 Settembre 2026
AndreaPazienza

San Benedetto del Tronto, 2025-09-13 – Un buon posto per finire ricordati. Cose da Paz! Festival 2025

di Giulio Troli

La prima volta che mi imbattei in un fumetto di Andrea Pazienza ero un giovane liceale.

Era un giorno feriale come gli altri, dopo una mattinata trascorsa incatenato a un banco, mi godevo spaparanzato sul divano l’ora della meritata e “sacrosanta epatica pennichella” a casa dei miei zii. Mentre digerivo il solito pranzetto luculliano preparato da zia Francesca, il mio sguardo sonnolente semichiuso si posò su un volume nero petrolio, cartonato. La copertina mi colpì perché c’era stampata la faccia disegnata di un tizio antipatico, biondo, dal naso adunco, con una coppola in testa e la sigaretta in bocca: era l’identico ritratto di uno dei bulli che alle elementari mi rubò tutte le carte Pokemon mentre il compare mi distraeva.

“Zanardi” era il titolo rosso, come se fosse stato scritto con il sangue. Già allora adoravo i fumetti, ma leggevo solo storie di supereroi e qualche striscia di Schultz. Nel torpore pomeridiano però, nell’attesa di un passaggio per tornare a casa, mi misi a sfogliare quelle vignette…

Corpi nudi sensuali, parolacce, riferimenti alla droga, violenza, ancora donne nude, pornografia e poi di nuovo violenza… Fu amore a prima vista. Era tutto ciò che un adolescente di quell’età potesse mai desiderare, tutto raccolto in un solo libro. Praticamente, la bibbia della Giovinezza. Lessi le prime storie tutte d’un fiato, e per la prima volta rimasi sconsolato quando mia madre arrivò a prendermi in anticipo. Il giorno dopo, finito di pranzare in fretta, ripresi a leggere da dove avevo interrotto. Soffermandomi ogni volta con stupore e curiosità sulle vignette più scabrose. E così il giorno dopo ancora. Fin quando purtroppo non arrivai alla fine. E allora pur di continuare a leggere, iniziai a sfogliare anche le post-fazioni finali, quei muri di testo che non legge mai nessuno, così noiosi rispetto a quei disegni così belli. Arrivai a quella che era a tutti gli effetti una pagina con un’autobiografia scritta in prima persona dall’autore, e lessi quanto segue:

“Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, ho un fratello e una sorella-”. Mi fermai immediatamente, credendo che l’ora della siesta mi avesse giocato un brutto scherzo e rilessi da capo.

“Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto”. Non avevo letto male. C’era scritto che l’autore era nato nella mia stessa città. Ovviamente, già all’epoca ero un ragazzo sveglio e capì subito che si trattava di un errore, di un refuso del curatore. Quanti paesini e paesotti esistono in Italia che si chiamano San Benedetto? C’è San Benedetto Po, San Benedetto Val di Sambro… è facile sbagliarsi. Non era possibile che un artista così straordinario fosse originario proprio della mia città di provincia, e io che – ero già parecchio sveglio lo ricordo – arrivato alla soglia dei 17 anni quasi non lo sapessi.

Comunque, quando tornai a casa, per togliermi ogni dubbio chiesi a mio padre se lo conoscesse. “Sì, Pazienza” mi disse “Era di San Benedetto. Abitava pure vicino a me, quando stavo in via Volta. Qualche volta l’avrò pure incrociato.”

Rimasi più attonito e interdetto di prima. Come Edipo di fronte a Tiresia. Non solo Andrea Pazienza era nato a San Benedetto del Tronto, ma mio padre l’aveva pure incontrato. Ebbi la stessa reazione che avrebbe potuto avere un bimbo napoletano se il papà gli avesse detto di aver stretto una volta la mano a Maradona.

Fu come se avessi scoperto un segreto preziosissimo, una notizia che nessuno sapeva in città, perché nessuno me l’aveva mai detto. Perché, se vai a Recanati in gita da bambino, ti portano a vedere la siepe dell’Infinito o la Torre del Passero Solitario, quando vai a Firenze il monumento di Dante, se vai a Roma c’è viale Giulio Cesare, quando vai a Collodi… ti portano a vedere la casa di Collodi.

E perché a San Benedetto non avevo mai sentito parlare del suo Genio? Perché questo era Andrea Pazienza. Lo pensai allora quando lessi per la prima volta le sue storie in preda alla pubertà, ma lo intuì anche a sei anni quando guardai ammaliato i disegni dei suoi animali dentro un CD-Rom, che poi mi ricordai di aver avuto da bambino.

“Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Perché si trascina dietro l’impotenza, non sa nemmeno d’essere, sa di non essere lui” esclamò una volta Carmelo Bene. Pazienza era un genio, perché il suo talento arrivava allora e arriva ancora oggi a chiunque, al bambino, all’adolescente, al vecchio, a prescindere dal significato, dal messaggio. La sua genialità artistica, letteraria, poetica, narrativa è lì, davanti agli occhi, incontrovertibile, trasparente e fulgida, al di là di qualsiasi opinione o gusto personale. La bellezza delle sue opere è una rivelazione, a qualunque età si prenda in mano un suo fumetto, qualsiasi suo fumetto, il primo come l’ultimo, quello pubblicato in volume come quello scarabocchiato su un tovagliolo per un amico. Perché Andrea Pazienza credo che fosse così: genio e sregolatezza.

Quando appresi che era nato davvero nella stessa cittadina delle Marche dove ero nato io, che aveva visto gli stessi posti che vedevo io, che aveva camminato sugli stessi marciapiedi dove avevo camminato io, provai un profondo senso di orgoglio. Come se mi avessero appeso una medaglia al valore sul petto con su inciso “Concittadino di Andrea Pazienza”. Quella spilla da allora non si è mai staccata. Anche quando capii che Andrea non l’avrei mai potuto conoscere, perché era morto 3 anni prima che nascessi io. Ma è come se Andrea, mi avesse sempre fatto compagnia nel corso della mia vita, prima come uno zio, poi come un fratello maggiore, e ora da qualche anno come un fratello più giovane. D’altronde questa era un’altra capacità di Pazienza, mettere il suo cuore a nudo, raccontare le sue cose, magari inventandole anche, dandoti l’impressione come se lo conoscessi da sempre. Come se fosse sempre stato un tuo amico d’infanzia. E a me piace pensarlo così, come un amico. Come l’amico famoso con cui ti vanti con gli amichetti a scuola: “Lo sai? Pazienza era di San Benedetto come me!”.

“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. È ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.” Scriveva Calvino. Beh, allora Andrea Pazienza è un Classico, uno di quelli che dal momento in cui lo leggi ti fa compagnia per tutta la vita. Per me, che ho scelto di scrivere come mestiere, Andrea Pazienza è stato un Maestro, se non il Maestro. Da quel primo invaghimento giovanile, ogni qual volta mi trovo con la penna in mano o con la tastiera sotto le dita e mi accorgo di essere troppo melenso, troppo consolatorio, troppo conciliante con la realtà in torno a me e con il potere, penso: “Cosa avrebbe scritto ora Pazienza?”.

Nel corso di questi anni nel frattempo, la consapevolezza della grandiosità di Andrea Pazienza è cresciuta, in Italia ma anche a San Benedetto. Ci sono state mostre, gli è stata dedicata una piazzetta… Ma è come se avessi sempre avuto l’impressione che San Benedetto del Tronto stesse inseguendo l’arte senza limiti di Andrea Pazienza, e non provando invece a corrergli affianco.

Da oggi finalmente, a San Benedetto del Tronto, ci sarà una via che porta il suo nome: Viale Andrea Pazienza. Un luogo vero, un luogo dove Andrea da bambino ha pescato, una strada dove ha camminato, un orizzonte blu verso il quale ha sognato. Una via dove un giovane sbarbo e una giovane sbarba potranno darsi appuntamento per scambiarsi il loro primo bacio sugli scogli, per amare i sensi senza pentirsene. Una via dove passando in bicicletta, un papà potrà dire al figlio “Questa è la via di Andrea Pazienza. Di un ragazzo che amava disegnare”. Cosicché non sarà costretto a scoprirlo da solo quando gli spunteranno i brufoli e i peli sulle gambe, rovistando nella libreria proibita dello zio.

Ciao Andrea,

ci vediamo lunedì davanti alla prossima pagina bianca.

13 settembre 2025

 

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