8 Giugno 2026
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È in uscita (il prossimo 19 settembre per l’etichetta A Tree In A Field Records) il nuovo album della musicista italo-svizzera Kety Fusco. Intitolato “BOHÈME”, l’album prosegue l’affascinante viaggio di Kety alla scoperta delle inesplorate potenzialità dell’arpa nella musica contemporanea attraverso nove brani carichi di tensione, fragili, tremolanti e dall’indiscutibile impronta dark, e attraverso collaborazioni ardite, su tutte quella con l’icona del rock Iggy Pop nel singolo SHE. Affascinati da un coraggio e da una creatività fuori dal comune, abbiamo rivolto alcune domande all’artista.

Da cosa nasce il tuo spirito di ricerca e cosa lo guida?
Nasce da un’ossessione. Io non ho mai suonato l’arpa: io sono l’arpa. Da bambina mi ci sono fusa dentro, come in un respiro che non si esaurisce mai. Uno psicologo una volta mi ha detto che soffrivo di “autismo dell’arpa”. Aveva ragione. Non ho mai saputo vivere senza. È la mia pelle, il mio rifugio, la mia lingua. La forma dell’arpa, il legno, il metallo, il silenzio tra una nota e l’altra: li amo come si ama una madre, come si ama un dio. Ma l’amore vero, quello profondo, non ti permette di restare fermo. Ti costringe a scavare, a mettere in discussione, a distruggere se serve. Perché io voglio che l’arpa dica tutto quello che non è mai stata autorizzata a dire. Voglio che si spogli, che tremi, che si perda. Voglio vedere fin dove può arrivare, se smette di obbedire. La mia ricerca nasce da lì: da una fame divorante di verità sonora. Non di virtuosismi, non di estetica: di verità. Ogni volta che suono cerco un varco, un respiro nuovo, un punto in cui l’arpa smette di essere strumento e diventa carne viva. Non è una ribellione contro di lei, è una forma estrema di amore.

Hai la straordinaria capacità di trasformare l’arpa in uno strumento ultra-contemporaneo. Quanto c’è di intenzionale e quanto di naturale in questo approccio così poco legato al passato?
C’è tutto. E non c’è niente. È naturale perché io non potrei fare altrimenti. È così che sento il mondo: scomposto, tagliato, pulsante, pieno di distorsione e verità non accordate. L’arpa, in questo, mi è venuta dietro. Non l’ho forzata: l’ho ascoltata da dentro. E mi ha portata lì dove nessuno la voleva. Ma è anche un atto profondamente intenzionale. Perché io vengo dal passato, ci ho vissuto dentro per anni: ho studiato autori classici per arpa fino allo svenimento, ho sofferto di ansia, attacchi di panico, insonnie silenziose nascoste dietro una postura perfetta. Ho obbedito. Mi sono inginocchiata alla bellezza classica. Ho dato tutto. Poi mi sono spezzata. E ho capito che per amare davvero l’arpa dovevo tradirla. Dovevo portarla fuori dai salotti, fuori dai palchi col velluto, fuori dal tempo. Dovevo farle perdere la memoria. Oggi non mi interessa più se suona come “si deve”. Voglio che suoni come serve. Al corpo. Alla vita. Alla realtà in cui siamo immersi, che è sporca, fratturata, senza centro. In questa realtà, l’arpa non può più essere un simbolo: deve essere un’arma, un’antenna, un mostro, un grido. E tutto questo, sì, è una scelta.

Il tuo lavoro è molto lontano dall’estetica di certo folk, indie-folk o folk progressivo che dir si voglia, dove negli anni ci è capitato talvolta di incrociare l’arpa. Da ascoltatrice apprezzi il lavoro di una Joanna Newsom, per esempio, o di artisti che hanno utilizzato l’arpa in contesti prettamente cantautorali?
Joanna è una costellazione, e come tutte le costellazioni la guardo con rispetto, da lontano. C’è qualcosa di incantato nel suo modo di abitare l’arpa, di piegarla alla parola, al racconto. Ma io cammino altrove. Non nei boschi, ma in un paesaggio più scuro, più elettrico, fatto di impulsi, fratture e memoria sintetica. Ascolto quei lavori, certo. Ma il mio orizzonte sonoro è un altro. Non voglio che l’arpa accompagni: voglio che respiri da sola. Che sia voce senza padrone. Nei contesti cantautorali spesso l’arpa serve la narrazione, arricchisce, colora. Io cerco l’opposto: voglio che l’arpa interrompa, che generi tensione, che tenga in sospeso. Voglio che sia il racconto stesso, non la sua cornice. Quindi sì, ammiro chi ha tracciato sentieri con l’arpa, ma io cerco un varco, una fenditura. Per passare dove non c’è ancora una strada.

Il comunicato stampa parla di registrazioni subacquee, puoi spiegarci meglio?
Le registrazioni subacquee sono nate mentre stavo componendo la colonna sonora di un documentario sull’intelligenza artificiale. Lavorando a quel progetto, mi sono chiesta cosa succede quando porti uno strumento come l’arpa fuori dal suo ambiente naturale. Cosa succede se le togli l’aria? Se la metti in un contesto che non le appartiene, come l’acqua? È da questa domanda che è iniziato l’esperimento. Ho usato dei microfoni speciali per registrare l’arpa sott’acqua, lasciando che il suono cambiasse, che si deformasse. Volevo sentire se l’arpa riusciva a sopravvivere anche lì, se riusciva comunque a parlare. Il risultato, all’inizio, mi ha delusa. Mi aspettavo qualcosa: un suono preciso, magari sorprendente… Invece non arrivava nulla di quello che avevo immaginato. Così ho ricominciato ad ascoltare, senza aspettative. A lasciare che fosse l’acqua a suggerirmi il senso, e non io a imporlo. E a quel punto è successo: quelle frequenze, apparentemente confuse, erano come sussurri di un’altra coscienza. Lente, profonde, lontane. Non sembravano più suoni, ma memorie. In quel momento ho capito che stavo sfiorando qualcosa di profondamente “artificiale”, non nel senso tecnologico, ma come qualcosa di nuovo, di ibrido. Ad ispirarmi, tra le altre cose, è stato anche il lavoro di Andy Cavatorta: il modo in cui costruisce strumenti che sembrano respirare in ambienti impossibili, macchine che diventano poesia. Quell’idea di bellezza fragile, sospesa tra scienza e sogno, ha orientato tutta la mia ricerca.

A cosa si deve il titolo “BOHÈME”?
Non l’ho scelto per lo stile, ma per lo stato d’animo. BOHÈME è il modo in cui vivo da sempre: in bilico. Senza garanzie, senza orari, senza una direzione certa. È la realtà di chi crea senza sapere dove sta andando, ma continua lo stesso. È il nome che ho dato alla mia fragilità e alla mia forza. Ho pensato a Puccini, certo. Alla sua Bohème, alla bellezza che si consuma in una soffitta, all’amore che resiste anche senza futuro. Ma il mio album è un’altra cosa: è elettronico, ruvido, a volte violento. Non racconta una nostalgia, ma una necessità. Mi piaceva l’idea di usare quella parola senza cercare di imitarla. Di farla esplodere, di metterla in un contesto che non le assomiglia. Per me BOHÈME è una forma di libertà difficile, scomoda. È la libertà di essere come sei anche quando non torna comodo a nessuno. Anche quando non piace. Anche quando fa paura. E allora ho pensato: sì, è questo il titolo. Non perché descriva la musica, ma perché ne racconta il respiro.

Come è nato il featuring di Iggy Pop?
Tutto è iniziato quando Iggy Pop ha parlato del mio album “The Harp” alla BBC, citandolo tra i suoi dischi preferiti. È stato un momento incredibile: non sapevo che avesse ascoltato la mia musica, e sentirla riconosciuta da lui, in quel contesto, mi ha profondamente colpita. Qualche tempo dopo, siamo stati entrambi invitati al Montreux Jazz Festival. Io grazie a Stéphanie-Aloysia Moretti, che ha creduto nel mio progetto e ha costruito una connessione reale, portandoci a conoscerci. È stata lei a rendere possibile tutto questo. Quando ho composto SHE, ero ispirata dalla musica da film — in particolare dalle atmosfere di Goblin, John Carpenter, quel tipo di tensione sonora che ti tiene in bilico. Il brano aveva bisogno di una voce ruvida, profonda, capace di incarnare l’inquietudine e la bellezza del rischio. E ho pensato subito a lui. Così gli abbiamo inviato la traccia. Ha ascoltato, ha accettato. E la sua voce è entrata nel pezzo in modo naturale, come se fosse sempre stata lì.

Cosa puoi dire invece della collaborazione con Nicolas Rabaeus?
Io e Nicolas siamo due nerd della musica. Passeremmo ore a parlare di suoni, strumenti antichi, armonie strane, glitch, strutture. Quando abbiamo iniziato a collaborare per una colonna sonora ci siamo trovati subito: stesso entusiasmo, stessa voglia di esplorare, nessun filtro. Nell’album non ci siamo dati limiti. Oltre all’arpa, abbiamo suonato altri strumenti: lui ha tirato fuori la viola da gamba, io il contrabbasso. Ogni pezzo era un campo aperto dove potevamo provare, sbagliare, inventare. Lui insegna musica da film al Conservatorio di Ginevra, ha una grande esperienza compositiva e una mente molto analitica. Io porto un rapporto viscerale con l’arpa, ci sono cresciuta dentro, e ho un approccio più istintivo. E anche sul gusto, venendo da mondi diversi, abbiamo trovato un equilibrio: né troppo controllato, né troppo istintivo. È una collaborazione vera, fatta di ascolto e fiducia.

Che ruolo può giocare l’arte, e la musica in particolare, in questo particolare periodo storico?
Può fallire. E deve fallire in modo grandioso. Deve smettere di consolare, deve iniziare a rompere. A disinnescare l’ipnosi. A dire: tutto questo non va bene. A ricordarci che siamo vivi, anche se ce ne siamo dimenticati. Più vado avanti, più mi rendo conto che sto diventando sempre più solitaria. E va bene così. La vanità che circonda l’arte, tutta questa urgenza di mostrarsi, di piacere, di far parte di qualcosa… mi dà fastidio. Io non voglio appartenere. Voglio fare quello che faccio perché è mio, perché nessuno può dirmi se è giusto o sbagliato. E lo faccio solo io, in quel modo lì. Questo mi basta. Se non disturba, se non divide, allora è arredamento. E io, con la mia arpa, non siamo arredamento. Ho scelto di non adattarmi a ciò che vende, a ciò che funziona, a ciò che gli altri si aspettano da me. Non voglio essere accettata.