È un grosso guaio smettere di cercare il vero. Già, il vero, oggi così falsificato da opinioni, appartenenze, religioni, in definitiva da ignoranze. Il vero non è una questione per farci la storia della filosofia, il vero è molto semplice: è quello che vedono gli occhi dei bambini. Se un bimbo di due, tre anni che vive nell’affetto vede un’immagine o un gesto che sono o recitano violenza, egli gira lo sguardo verso il babbo o la mamma come a chiederne spiegazione, ragione, in quanto palesemente contrari al suo breve contesto esistenziale. Vera è quella percezione del bimbo, lì in quel contesto c’è stata una intrusione, un qualcosa che non andava fatto. Un bimbo lo comprende immediatamente, quella sensazione è vera e indiscutibile, ma non capisce, appunto gira lo sguardo per spiegazione. Crescendo fa prestissimo ad abituarsi nel non ricevere idonee spiegazioni, non cessano le violenze estetiche, cioè fisiche, e così il territorio delle violenze gli diventa un territorio normale. Crescendo si dà le sue ragioni di appartenenza, di religione, crede in questo o in quello, diventa un tifoso, un adulto. Egli dimentica (addirittura dimentica completamente) la sua cristallina, incontestabile, innocente consistenza del vero. La vera essenza umana è nell’ innocenza dei bambini. Poi c’è l’insulto della vita, la sequenza dei soprusi e delle stupidaggini ai quali tutti siamo in qualche modo abbonati. In chi arriva alla vecchiaia estrema quei tratti di innocenza riaffiorano, se riaffiorano, come residui. Ormai nessun luogo del mondo è immune dalla disumanizzazione dell’innocenza e quindi del vero. Quell’insulto che è la religione ci marchia con una colpa originale da espiare fin dalla nascita. La nascita è già una colpa. Dove non c’è più religione è uguale, ci sono altri tatuaggi cerebrali a coltivare la deficienza. Ci sono dei posti dove la disumanizzazione è talmente diluita che nemmeno ci si accorge della sua presenza in atto, addirittura prende le sembianze del piacere, della festa, dello spaccio dell’arte, degli stupidissimi e celebrati canti dell’amore e della morte, tutto diventa aperitivo alcolico o analcolico, ma non c’è sete, la conoscenza nella migliore delle ipotesi è solo un deformato ricordo. La tecnologia e i tifosi scientifici della tecnologia completano l’opera, non è più una protesi, entra nella genesi dei gesti, entra nei pensieri, ci ordina la corsa, ci deforma nell’attraversare le strisce pedonali. Ogni gesto, ogni immagine diventa al tempo stesso strumento e luogo di bombardamento. In quei luoghi, in quelle situazioni in cui la disumanizzazione non è diluita, anzi è un concentrato di antichissime, radicate violenze e credenze e vendette irreparabili e sensi di colpa e colpe vere, si perde anche la minima attitudine a riconoscere i tratti dell’ innocenza; addirittura è come se geneticamente non si possedesse più tale facoltà. Gaza è solo uno di questi luoghi. Ci fa orrore, ma l’ orrore stesso, che dovrebbe essere in quanto tale palesemente indiscutibile, diventa invece oggetto di discussione, si temporeggia, si tratta telefonicamente, si fanno religiosi appelli, si protesta con simboli e tatuaggi; i più coraggiosi tentano di entrare nel luogo a tamponare idiozie e superstiti. Si ammazzano i bambini, ma la politica continua a discutere democraticamente, il luogo della carneficina dell’innocenza può aspettare, tanto lì sono secoli che è così. L’assassinio di un bambino non è più uno scandalo disumano, nemmeno l’assassinio di tanti bambini; e così l’evidenza della disumanizzazione diviene oggettistica per dialogo democratico, per appelli di pace, per coscienziose prese di posizione. Ma non ci si accorge che non ci sono più posizioni. Idioti di tutto il mondo, non ci sono più posizioni! Non c’è una parte che è nel vero e un’altra che è nel torto, sono entrambe il torto, sono coincidenti in un unico luogo di violenza atavica. Non si tratta di tifare per l’ Inter o per la Juventus, l’avete capito deficienti di tutto il mondo? (Semmai W il Cagliari 1970! In cui dotati e meno dotati sono stati tutti insieme una lezione mondiale, che non hanno scritto la storia come oggi dicono i replicanti deficienti, ma hanno dettato poesia che purtroppo pochissimi riescono a tenere a memoria). Si tratta di far cessare l’ ictus della pazzia omicida, per ritornare almeno ad una disumanizzazione diluita. Intanto c’è questa urgenza, ovvio che chi trasforma il pronto soccorso in un luogo di lunga degenza è, non complice, è egli stesso strumento di disumanizzazione. Quindi chi impedisce un intervento d’urgenza è inequivocabilmente un criminale e come tale va trattato. Inoltre chi ha potere di attivare le idonee pratiche di urgenza e non agisce è per analogia un criminale e come tale va trattato. Poi, ma solo poi, risoluzione, l’ultima dell’ Onu, altrimenti in quella cristalleria entrino pure gli elefanti. Risoluzione: esproprio territoriale di Gaza, non l’ idiozia di due popoli due stati, lì si sono dimostrati per troppo lunghissimo tempo incapaci di un civile avvenire, quindi esproprio internazionale. Edificazione in Gaza della prima zona franca internazionale, a parzialissimo risarcimento dell’innocenza assassinata. L’ attuale territorio violato diventa soggetto solo ai principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Sono sempre carta e parole, però per la contingenza va bene come inizio del prototipo esistenziale. Chi vuole potrà accedere al luogo, come per gli spettacoli la priorità verrà concessa agli abbonati, fino ad esaurimento dei posti. Ma quel luogo sarà libero dal concetto di stato come preclusione e reclusione, l’unico governo che avrà diritto di cittadinanza è l’innocenza dei bambini, l’unico VERO da nutrire e custodire, che poi sono la stessa cosa. Gaza dovrà essere il primo luogo al mondo dove non c’è più lo stato dell’idiozia, ma solo l’ esempio inviolabile dell’innocenza, solo così tutta questa carneficina e le monumentali carneficine pregresse del mondo e il sangue degli innocenti potranno essere di nuovo vena, fonte profonda dell’umano. E non definite questa utopia, è l’unico rimedio a parziale risarcimento dell’ irreparabile.
L’ esattezza nel gesto verbale artistico è indispensabile, oltre ad essere maestria tecnica è conoscenza completa di strumenti e partiture, è totalmente incarnata nell’artista da esserci come dimenticata. La rapidità fa la differenza, niente a che fare con la velocità, è l’attitudine a reagire alla circostanza nell’immediato della creazione, in questo senso l’artista è come una costante rissa sublime con il suo repertorio interiore e l’esterno acustico con cui opera per l’occasione. Così è un reattore. Anche quando il suono e la parola, la combinazione delle parole sono spigolosi o grevi o estremamente dinamici l’ artista di livello rende il tutto come se andasse a folle, questa è la leggerezza. Tralascio altre facoltà per segnalarne una che è la certificazione della completezza artistica: la compostezza. L’ artista aborre, anzi non gli sarebbero proprio possibili, gesticolazioni, mimiche rappresentative, che anzi testimoniano con inequivocabile certezza la deficienza interpretativa di chi le mette in atto. Ci sono taluni deficienti che per capire che sono deficienti non occorre ascoltarli, basterebbe guardarli fotografati nell’ atto interpretativo in cui fanno orride facce in quanto fasulle nel loro maldestro tentativo di apparire pieni del fuoco dell’arte, e inoltre, come se non bastasse per il festival dell’ orrido, trinciano l’ aria con le braccia. Invece, l’ artista è nella sua finitezza un nervo unico di tensione, la musica verbale è come se sgorgasse da sola ed egli è solo un tramite acustico, un amplificatore sensazionale.