15 Giugno 2026
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12 55 anni di storia vissuta insieme

di PIETTRO POMPEI


Nel celebrare il 50° A N N I V E R SA RIO di pubblica-zione de Lu Campanò, il giornale, voce del Circolo Dei Sambenedettesi, mi permetto di iniziare dal Marzo 2002, quando fui chiamato a dirigere lo stesso, dopo la morte dell’indimenticabile Novemi Traini. 



Sulla Stessa Strada. Ho accolto,
non senza un certo disagio, l’incarico di dirigere il
nostro giornale che per tanti
anni ha visto come Direttore
il compianto Novemi Traini.
Ne “Lu Campanò”, egli ha
profuso sempre il suo grande amore per la nostra città.
Lo ha portato avanti con la
competenza e l’esperienza di
un giornalista vero e sensibile, doti che tutti gli abbiamo
sempre riconosciuto. Mantengo fede ad una promessa fatta
a Lui, così radicato nella realtà
cittadina, che temeva l’esaurirsi
delle nostre tradizioni e l’oblio
delle nostre radici. Questo giornale continuerà sulla strada
tracciata da Novemi, coltivando una tradizione e facendosi
voce ad un tempo dei problemi
della nostra città
”.
Si era prossimi al nuovo secolo
nonché millennio e noi responsabili de
Lu Campanò andavamo alla ricerca di una novità
sui valori sociali che ci distinguesse, anche visivamente, sul
nostro giornale; la trovammo
nell’inaugurazione, al Molo
Sud, del monumento al gabbiano Jonathan Livingston
nel magistrale discorso del Vescovo,
Mons. Chiaretti, primo Vescovo
della nostra Diocesi
.
Così introduceva il suo discorso:
“Quando nel 1973 Il Gabbiano Jonathan Livingston del
pilota-scrittore Richard Bach
comparve nelle librerie italiane,
con il suggestivo corredo di
fotografie d’un altro innamorato
del volo Russel Munson,
ebbe
un immediato grande successo
tra i giovani e nelle scuole
.
L’orizzonte culturale si stava
allora rabbuiando di violenza e
quel volo di gabbiani, così fresco e prorompente
‘nei magnifici campi del cielo”, fu un segnale di speranza: parve un magico
fiotto di luce che continuasse il
miglior ‘68, quello del sogno dei
giovani e della fantasia al potere”.
A volerlo stringere tra le strettoie della critica, ‘il gabbiano” non
era, e non è, più di un racconto,
nemmeno lungo,
fatto di iridescenze come il mare
quando si tinge
di mattino, pulito
e terso come un
volto adolescente
non ancora venato di amarezza.
Così continuava:
“Eppure fu un
segnale prezioso e i giovani
ne fiutarono subito il limpido
messaggio di
libertà. Era ancora una libertà libertaria,
con un vivere
per s
é stessi
senza andar
contro nessuno. Se era
una “libertà da”, non era ancora
una “libertà per”: ma sempre
di libertà si trattava. E la scuola
fu particolarmente sensibile a
questo simbolico volo di gabbiani
senza complessi”. Ancora:
”Qualcuno oggi vuol leggere
in quel Jonathan che si stacca
dallo stormo una sorta di profezia
del riflusso, che sarebbe poi
succeduto agli anni di piombo
del terrorismo come tragica
degenerazione della speranza. Ma
allora non fu così. I giovani vi
lessero – e vi leggono – correttamente,
l’inizio dell’adultezza,
sopravveniente come dono dopo
l’emarginazione ed il rischio del
volo solitario, quando prende ali
la fierezza di riuscire a far da sé,
nella conquistata libertà”.
Eravamo insieme, io, Novemi e
Benedetta!
Ci guardammo, fummo pienamente d’accordo,
e ingabbiammo nel monumento, purtroppo
non sempre rispettato, dell’artista Mario Lupo, una foto
de lu
Turriò
con l”Orologio trapiantato dal Campanile (1730) della
Chiesa di S. Benedetto Martire
nel rifacimento ultimo (1779).
Lu Campanò, come testata di
una aggiunta informativa,
unica annuale, nacque nel Febbraio
1972 per relazionare
sull’allontanamento dei Sambenedettesi
dai posti di potere. Per 4 anni
ebbe questa funzione, fino al
Febbraio 1974 con sulla testata
un dipinto del Torrione e la relazione delle
Fochere:
una tradizione che continua
; ecco perché
il 1975 si dà inizio ad un vero e
proprio giornale in uscita trimestrale
e poche pagine a seconda
del materiale di collaborazione.
Il tutto affidato, come Direttore,
alla competenza di Novemi
Traini da tempo collaboratore di
giornali nazionali.
Ecco spiegato il perché dei 4
anni mancanti rispetto alla
fondazione del nostro sodalizio
.
Il Nostro Circolo ha voluto
sempre educare al passato,
perché “
ci sia di sprone e di guida per l’avvenire”.
È in questa prospettiva che noi abbiamo
chiesto ai nostri soci e simpatizzanti di collaborare con noi per
far sì che il presente non scorra via senza lasciare tracce Si
è sentito, pertanto, l’esigenza di
una informazione più frequente ed è per questo che il nostro
giornale è passato da trimestrale
a bimestrale: Doveva essere la
voce dei nostri soci e simpatiz-anti presso le Istituzioni e tra i ittadini.

55 anni di storia vissuta insieme 13
Un direttore che ha tracciato
il solco per rendere fertile
la cultura sambenedettese

Molti sono i problemi in cui si
dibatte la nostra città.
Per coglierne le caratteristiche
alienti occorre porsi in ben
eterminate prospettive. Si po
rebbe, ad esempio, privilegiare
’aspetto politico, o quello eco
omico, o quello ecologico, o
uello della violenza, o quello
eligioso, o quello morale. Tutta
ia non vorremmo cadere nella
olita banalità e genericità con
ui, in genere, sono affrontati
ali problemi, quando si guarda
o nel loro insieme e non vi è la
ossibilità di un discorso specia
istico ed approfondito.
Abbiamo desiderato portare i
ostri interrogativi nella concre
ezza della realtà cittadina: co
oscere, ad esempio, cosa c’era
ietro i periodici allarmismi del
e polveri inquinanti, come fun
ionavano le nostre discariche;
uali erano i riflessi sulla nostra
conomia dell’inflazione, della
isoccupazione e del problema
ella rateizzazione; conoscere la
iolenza che serpeggiava in mol
i ambienti e che affiora ancora,
i tanto in tanto, nel teppismo
nella droga; conoscere in ci
re il problema degli immigrati,
ell’intolleranza razziale; sapere
’operato dell’Amministrazione
in merito al piano regolatore e a
tutte quelle iniziative che, normalmente,
portano alla modifica dell’assetto urbano ed altro.
I problemi sono tanti ancora e
speriamo che continuino ad interessare i nostri lettori.
Coltivare il dialetto è stato
uno dei compiti più gravosi,
cui abbiamo dedicato il nostro
tempo.
Possiamo ben dire che nel linguaggio un popolo rispecchia
la propria storia
. Il linguaggio,
certamente, non è in grado di
riprodurre tutte le particolarità dell’esperienza umana ed è
per questo che in suo soccorso vengono tutte quelle forme,
dalla pittura alla musica, dalle
forme artigianali agli strumenti
di lavoro, che riescono a rappresentare
situazioni reali e comportamentali, insieme a stati
d’animo che sfociano in sentimenti. All’insieme dei suoni che
formano le parole si aggiungono
le pause, le modulazioni delle
espressioni con le quali manifestiamo meraviglia, poniamo
domande, esprimiamo gioia,
paura, gridiamo il pericolo. Con
la scrittura cerchiamo di riprodurre tutto questo attraverso un
susseguirsi di segni convenzionali che vanno dalle vocali alle
consonanti, ai segni di punteggiatura.
Questo strumento è stato inventato
dall’uomo per sopperire alla memoria, spesso così
lacunosa e soggettiva. Attraverso il linguaggio scorre la storia;
perderlo significa far venir meno
la propria identità. Ed è per questo che ci siamo affannati dietro
al nostro dialetto, perché anche
nelle sue particolari esclamazioni o nelle sue accentuazioni,
c’è una parte di noi stessi. Riproporre questo linguaggio non
consiste in una nostalgia filologica, quanto in un desiderio di
conoscere i fili che ci legano al
nostro passato, individuare quelle radici
senza le quali il futuro potrebbe andare alla deriva.
È un po’ un districarsi in un
tessuto; e non lo si può fare
improvvisando e senza usare
un metodo razionale.
Il filosofo Abbagnano, in un
acuto e lucido articolo su
quest’argomento, introduceva il
problema dell’utilità dello studio
della storia, facendo ricorso ad
un’immagine tratta da
Le avventure di Gulliver di J. Swift.
In questo romanzo, ad un certo
punto, si racconta come
il protagonista si trovi prigioniero,
prima di un popolo di pigmei e
poi di giganti. Entrambi i popoli
lo legano con molti e solidi fili,
ma Gulliver, facendo leva su fili
diversi, riesce, a poco a poco, a
liberarsi dai lacci che lo tengono
in cattività e a fuggire.
“Ebbene – scriveva il filosofo
i fili che legano Gulliver e
che con la ragione egli riesce a
sciogliere, possono essere presi
a simbolo dell’atteggiamento
dell’uomo dinanzi al suo passat”
.
È chiaro che, almeno in
parte, l’uomo di ogni epoca e di
ogni civiltà è figlio della storia
precedente, cioè del passato, che
ha prodotto quel determinato
tessuto di condizioni culturali,
sociali, economiche, ideologiche.
Ne consegue che noi dobbiamo conoscere
il nostro passato anche nel modo con cui si è
andato esprimendo.
Diceva il Liburdi che in passato
il dialetto era la lingua parlata
dalla maggioranza della
popolazione e solo una élite usava
il
linguaggio nazionale
. Oggi le
cose si sono rovesciate. Ma da
più parti si avverte la necessità
di ripristinarlo, anche perché si è
compreso che solo con il dialetto
si è in grado di avvertire la realtà
del passato, così come l’hanno
espressa i nostri scrittori e poeti.
Ma c’è di più, molti oggi sentono
che soltanto in dialetto sono in
grado di esprimere
“l’ansia ed
il rimpianto, il dolore e la gioia
della nostra città”.
E il nostro
storico aggiungeva: “
Vogliono,
questi nuovi poeti e scrittori
contemporanei, mantenere in
vita lo spirito che ispirò la Piacentini,
Spina e Vespasiani e che
non deve essere definitivamente
perduto. Ancor oggi il dialetto
del pescatore, della donna del
Mandracchio o del Paese Alto
riesce a rendere appieno, con
effetto immediato, il significato
anche recondito di un personaggio
e di un episodio.
È proprio
questo patrimonio che si vuol
salvare”.
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