12 Giugno 2026
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Storie di vita e della marineria sambenedettese

 

 

San Benedetto del Tronto – Una vita da esempio. Per sagacia, altruismo, dedizione al lavoro e alla famiglia. Quei bambini diventati immediatamente adulti, coinvolti in una vita di sofferenza e sacrifici che non dava spazio neppure al gioco. A 8 anni a gérà la ròte, poi magari la fortuna di poter andare a scuola ma subito al lavoro dopo l’apprendimento almeno teorico di quel che significa il lavoro.

Raccontiamo la vita di Emidio Laurenzi, che ci ha lasciati il 5 luglio scorso, assimilabile a quella di tanti suoi coetanei e colleghi che nel periodo aureo della pesca hanno contribuito a rendere città questo paese marinaro. Emidio Laurenzi è nato a San Benedetto del Tronto il 20 giugno1948 in via Pizzi/angolo via Mentana, quartiere popolato prevalentemente da pescatori. Pur essendo figlio di un artigiano calzaturiero, intraprende la via del mare come tanti altri giovani che avevano assorbito le tradizioni e la cultura del pescatore, attratti dall’avventura ma principalmente decisi a migliorare le loro condizioni economiche famigliari che versavano nell’assoluta precarietà.

Emidio, fin dall’età di otto anni, e non era l’unico, lavora con i funai girando la ruota sui sentieri del torrente Albula. Dopo aver terminato la scuola elementare prosegue gli studi nell’Istituto professionale Avviamento Marinaro, alternando il lavoro di meccanico nell’officina di Ninetto Bagalini in Via Crispi e grazie ai suoi insegnamenti apprende le nozioni basilari del funzionamento dei motori, che in seguito sono determinanti nello svolgimento del ruolo di motorista/direttore di macchina a bordo delle navi oceaniche.
Il primo imbarco avviene sul M/P locale Nuovo Principe (1963) all’età di 15 anni, che gli permette di guadagnare il primo stipendio da marinaio e la prima muccigna. Nel 1965 si avventura nel primo viaggio di pesca nell’Oceano Atlantico, con il M/P Nunzia; l’anno successivo si imbarca insieme a suo fratello sul M/P Andrea Speat.

In questa circostanza conosce uno tra i più bravi e responsabili comandanti sambenedettesi, “l’illustre” comandante Cesare Gobbi la cui prima preoccupazione era quella di assicurare regole e sicurezza all’intero equipaggio al punto che fece eseguire lavori di riequilibratura alla nave da pesca. Nei primi anni ’70, dopo aver raggiunto un certo benessere economico, Emidio si riserva due mesi estivi di ferie durante i quali furoreggia nelle balere e discoteche del luogo, insieme ai suoi amici pescatori, i cosiddetti “marocchini”. Un po’ di vita normale dopo mesi e mesi vissuti in pochi metri quadrati a bordo. Riscuote molto successo sulle piste da ballo per il suo ciuffo alla Little Tony e il suo abbigliamento ricercato all’ultima moda. Nel 1974 Emidio sposa la figlia del retiere Emidio Leli con cui ha avuto quattro figli, dedicandosi totalmente al lavoro e alla famiglia.

Emidio è stato per mare 40 anni: numerose le campagne di pesca in diverse aree del mondo, approdando in paesi costieri dell’Africa occidentale ed orientale, in sud America (Argentina), in Ecuador a Guayaquil (Oceano Pacifico) dove rimane vittima di un cambio repentino di regime politico con la confisca del motopeschereccio e dell’intero equipaggio, come riportato nel libro di Nicola Romani; quindi in Brasile (Rio de Janeiro) e nel Mar Rosso. Affronta la drammatica vicenda nei primi giorni di febbraio del 1979 in Iran, a Bandar Abbas, a bordo della draga Aretusa, con la funzione di Direttore di macchina, della rivoluzione Komeinista. I rivoluzionari armati prendono il controllo dei palazzi governativi e a quel punto arriva l’ordine della ditta armatrice Dragomar di fuggire con tutti gli altri natanti del gruppo. L’ordine è eseguito di notte aggirando le guardie islamiche (pasdaran) che presidiano la zona armati fino al collo. Tutto il convoglio navale si dirige a Dubai e successivamente a Sharjah (emirati Arabi).

Ed è il fratello Francesco Laurenzi, anche lui una vita per mare, a ricordare quanto sia stato duro per sé stessi e le famiglie affrontare il mare: “Durante l’epopea della pesca oceanica si sono verificati altri casi analoghi di emergenza, affrontati con determinazione e coraggio dagli equipaggi sambenedettesi. La perdita di mio fratello mi offre l’opportunità -dice Francesco- per ricordare a tutti il valore dei pescatori oceanici Sambenedettesi che hanno patito a bordo stress psicologici e fisici. I pescatori sono stati sottoposti a turni di lavoro inumani e talvolta offesi nella loro dignità: questi sono i motivi che hanno indotto a suggerire ai loro figli la ricerca di altre attività, diversa dalla loro disumana condizione lavorativa. In questo modo, però, si è dissipato un patrimonio di uomini audaci, abili ed eroici. Gli stessi che hanno dato lustro e ricchezza per oltre trent’anni alla città non hanno purtroppo ricevuto la stessa attenzione, lo stesso calore, ma quasi sempre indifferenza. Nessuno si è mai preoccupato della vita dei pescatori né tantomeno di quando vengono a mancare. Ci resta il silenzio ma la certezza del loro grande insegnamento”.

Patrizio Patrizi