È appena uscito il nuovo libro di Pierluigi Lucadei, “Forever Ago. Un quarto di secolo in venticinque album”, pubblicato da Galaad Edizioni con un progetto grafico di Maurizio Ceccato (Ifix).
Quali dischi del Duemila ci hanno aiutato a decifrare la realtà o a immaginarne una migliore? Come si sono relazionati con la nostra vita e in che misura l’hanno cambiata? In un’epoca che ha fatto di tutto per scoraggiare le modalità di fruizione musicale che erano ancora la regola alla fine degli anni Novanta, l’album appare come un vero atto di resistenza, una delle poche possibilità rimaste per negare il consenso a una scansione frenetica del nostro tempo e a una gestione schizoide della nostra attenzione.
I venticinque album, uno per anno, raccontati in “Forever Ago”, e gli altri cinquanta da podio ricordati più brevemente, hanno accompagnato l’autore nel primo quarto di secolo del nuovo millennio e lasciato tracce profonde nel suo mondo e in quello di tanti appassionati, smentendo le voci di chi sostiene che la musica sia morta, che la forma canzone sia vittima di un’inarrestabile involuzione e che i dischi degni di essere celebrati siano ormai merce rarissima. Tra critica musicale e ricordi personali, tra analisi dei testi e quella vivace aneddotica che costituisce una parte importante della mitologia della popular music, Pierluigi Lucadei offre venticinque istantanee di altrettanti momenti nei quali un disco ha aiutato a fotografare la nostra storia recente e le piccole grandi vicende private di ognuno di noi. Si spazia dagli album scelti per ricordare il 2000 e il 2001, quelli di Grandaddy e Kings Of Convenience, che hanno il potere di catapultarci in quel limbo di frenesia, stupore e libertà che sono stati i mesi precedenti all’attentato alle Twin Towers, all’album di Bruce Springsteen che fotografa l’inquietudine dell’America alle prese con la guerra in Iraq, passando per le opere frutto del malessere post-Brexit e per quelle nate durante la pandemia, senza naturalmente dimenticare i capolavori assoluti, dischi come “Yankee Hotel Foxtrot” dei Wilco, “Carrie & Lowell” di Sufjan Stevens o “Fetch The Bolt Cutters” di Fiona Apple, che grazie ad un’irripetibile fusione tra estro e introspezione sin da subito si sono iscritti nella ristrettissima lista degli immortali, a fianco di quei lavori dei Beatles, di Dylan, di Cohen, dei Clash o dei Nirvana che è superfluo persino nominare e che da sempre sostengono il nostro tentativo di fermare il tempo.




