di ADALBERTO PALESTINI
Non è facile riassumere in poche righe quella che è stata una tragedia che ognuno di noi si porta dentro da sessant’anni.
Scrivo qualche mio ricordo nella certezza di rendere le sensazioni e la storia della mia famiglia, ma anche quelle di tutti coloro che hanno perso una persona cara in occasione dell’enorme tragedia del MP “PINGUINO”.
Avevo sette anni. Era di pomeriggio. Con le scarpette stavo giocando a calcio nel campetto di San Filippo. Poi sono arrivati dei vicini che dolcemente mi hanno accompagnato nella loro casa dicendomi che avrei dormito da loro, come se fosse l’occasione per trascorrere una serata piacevole.
Ma già a cena sentendo in maniera distratta la televisione facevo alcune domande. Tutti mi guardavano in maniera esitante. Nessuno mi dava risposte.
Il giorno dopo sono andato a casa dove ho visto mia madre e mia sorella più grande che erano a letto. Distrutte. Piangevano e si lamentavano. Pronunciavano frasi sconnesse. Mi abbracciavano dicendomi che babbo non c’era più.
La barca era affondata. Nessuno si era salvato.
Subito sono stati ripescati alcuni corpi. Dopo alcuni mesi mio padre è stato trovato all’interno della cabina di comando e riportato in Italia. Identificato da mia madre e dal medico legale.
Poi il funerale, mia madre sempre con il fazzoletto nero in testa ben allacciato. Anche le mie sorelle erano vestite di nero. Perché in quegli anni anche le bambine portavano il lutto.
La forza di mia madre con quattro figli. Tre femmine più grandi di me. Di diciannove, tredici e nove anni. Io unico maschio. Quando nei giorni successivi si cercava di uscire, ogni volta che si incontrava qualcuno si rinnovava il dolore della tragedia. Tutti volevano esprimere solidarietà e mia madre ogni volta all’inizio scoppiava in un pianto addolorato. Poi, col passare dei mesi, sempre più trattenuto. Il dolore rimaneva dentro. Doveva necessariamente trovare la forza per andare avanti. Non doveva e non poteva abbattersi. Aveva noi figli da curare.
L’essere così numerosi ci ha dato forza. Ci siamo stretti ed abbiamo camminato insieme.
Dove fosse affondata la barca l’ho saputo soltanto tanti anni dopo. Per noi vi era una concezione non corrispondente a criteri geografici, i nostri marinai andavano in Marocco.
La difficoltà di avere un certificato di morte. Gli stessi incolpevoli impiegati del Comune non sapevano cosa fare. Veniva richiesto il luogo del decesso. Alla fine vi erano soltanto delle coordinate: latitudine e longitudine.
Mia madre ci ha insegnato il valore delle cose e l’importanza degli affetti. Mi ripeteva sempre: “Studia, tu non devi andare a mmare”.
Un ringraziamento a tutti coloro che si sono adoperati per cercare di fare luce su una disgrazia all’inizio misteriosa. Hanno dimostrato grande sensibilità verso le vittime e desiderio di ricostruire la verità. Forse oggi, con gli attuali sistemi di indagine, si sarebbe fatta luce in poco tempo sulla tragedia. All’epoca bloccare una petroliera giapponese a Las Palmas non era semplice. Le autorità preposte non hanno saputo o voluto approfondire.
L’amministrazione comunale, dopo anni, è riuscita a far apporre al porto una lapide con i nomi dei membri dell’equipaggio. Poi è stato intitolato anche un piazzale vicino allo scalo di alaggio. Molti non conoscono la storia del MP “PINGUINO” ma è un modo per conservare la memoria.
Sono tante le tragedie del mare, ognuna ha una sua storia specifica e unica nella sua drammaticità.
Nel ricordo si prova dolore, ma anche la forza e la certezza di avere qualcuno sempre vicino.
